Ho un'amica che non credeva nell'amore. Mi ricordo ancora quando me lo disse, qualche anno fa: eravamo nel parcheggio di un pub, a Lucca. In piedi, vicino a dei cassonetti, e tirava un pochino di vento. Era notte, una di quelle notti che sanno aspettare, che quasi ti incoraggiano a fare discorsi di questo tipo, come se fossero loro a farti parlare di vita, e di amore, e di noi.
Mi disse che non credeva nell'amore e io le volevo dire che non sapevo nemmeno cosa volesse dire, amore. Sono cresciuto con questo pallino secondo cui prima di parlare una cosa devo definirla, per essere sicuro che intendiamo tutti proprio la stessa cosa. E la sua definizione di amore era: quella agitazione sensazione sentimento che ti prende e ti scuote al cento per cento e ti fa essere felice al cento per cento e ti fa sentire che vivi qualcosa di perfetto, e perfetto al cento per cento.
Io le dissi che ci credevo nell'amore, almeno così come intendeva lei, più o meno. Anche se non ero mai stato preso e scosso da nessuno al cento per cento, e non ero mai stato felice al cento per cento e non avevo mai creduto di possedere qualcosa di perfetto, o almeno non perfetto al cento per cento. Neanche al venti per cento, forse.
Fu un dialogo molto coinvolgente. Quando ci tieni tanto a una persona, cerchi di convincerla che esistono le cose che lei sogna e desidera e per le quali ha rinunciato, e cerchi di convincerla anche se tu stesso non hai prove. Ma cerchi comunque di appigliarti a ogni minimo ragionamento, a ogni esempio, anche stupido, dalla letteratura e dal cinema.
Adesso la mia amica ci crede, nell'amore. L'ha trovato, il suo cento per cento. Non me l'ha mai detto, ma so che pensa che quella notte avevo ragione. E io? Io non lo so quanto è il cento per cento. Non so quantificare niente - e dire che invece dovrei saperlo fare, lavoro tutto il giorno con i numeri. Io non ho mai provato niente di così, l'amore, la felicità, la perfezione, qualsiasi definizione vogliate attribuir loro. Eppure ci credo.
Okay, okay, lo so che non esistono i capitoli due e mezzo, ma allora non dovrebbe esistere nemmeno il binario 9 e tre quarti di King's Cross e invece c'è e porta a Hogwarts. La verità è che ormai ho strutturato tutto come una trilogia, e quindi devo arrivare in fondo in modo tale che siano solo tre capitoli.
Niente di che, vi volevo solo mettere al corrente che ho sbagliato: ho scritto in precedenza che non posseggo nessun indumento giallo. Ed erro, perché effettivamente ho ben due indumenti di questo colore.
Il primo è l'accappatoio. Che escludiamo perché ovviamente non posso andare al Pride in accappatoio, per quanto sia un capo fondamentale.
Eccoci giunti al secondo appuntamento della rubrica settimanale che tengo su Trashipirina. Oggi vorrei parlarvi di una tra le puttanpop più famose del mondo dello spettacolo. Prima di farlo, però, capiamo cosa significa questo termine.
Dicesi puttanpop la cantante che usa la propria arte, di solito musica leggera, per provocare ed esagerare, utilizzando coreografie particolarmente spinte ed accattivanti. Ora, le puttanpop possono essere puttanpop di nascita se già dal primo singolo dimostrano di essere delle vere amabili troiette da discoteca; oppure possono diventare puttanpop dopo un periodo casto e puritano. In quest'ultimo caso c'è un momento di passaggio - chiamato puttanizzazione - in cui l'artista consacra la sua svolta.
La piccola Britney Jean Spears all'età di undici tenerissimi anni entrava a far parte del Mickey Mouse Club che, come potete facilmente arguire, non era un programma molto trasgressivo. L'immagine che dà di sé è infatti quella di una giovane fanciulla ingenua. Immagine che, salvo rare eccezioni, conferma anche quando entra definitivamente nel mondo della musica.
Infatti, quando la Spears canta "Hit me baby one more time" non sta chiedendo un'ulteriore frustatina col gatto a nove code. E basta dare un'occhiata ai titoli delle canzoni del suo primo album per capire che abbiamo a che fare con una suora mancata:
- Born to make you happy
- From the bottom of my broken heart
- I will be there
- I will still love you
- Deep in my heart
- Thinkin' about you
- I'll never stop loving you
...ma che palle! Questa cosa della ragazza della porta accanto doveva finire. Nel 2001 Britney era ormai cresciuta e non ce la faceva più di essere considerata una dolce bambina. Voleva gridare al mondo di essere una vera porca. È così che inizia il processo di puttanizzazione per Britney Spears: con ombelichi sudati, con orge dentro una sauna, con sculettamenti al tramonto. Esce I'm a Slave 4 U, il singolo che segna l'inizio di una nuova era.
mercoledì, maggio 30, 2012
| Author:
Ale [Tredici]
Tre Gialli alla Ventura che il chirurgo ama, Sette per Paris, cioè la figlia di quell'Hilton, Nove ad Uma Thurman che la testa di Bill brama, Uno per Tredici, lo studente un po' sfigatoN Nella Terra di Bologna, perché il Pride lo chiama. Un Giallo per domarli, un Giallo per trovarli, Un Giallo per ghermirli e nel buio incatenarli. Nella Terra di Bologna, perché il Pride li chiama.
Siamo rimasti al punto in cui il nostro eroe Tredici - che poi sarei io ma nei fantasy c'è sempre un narratore onnisciente che racconta dall'esterno quello che accade - ha trovato la prima delle tre reliquie gialle che gli servono per andare al Pride di Bologna del 9 Giugno.
Ma a questo punto del racconto è indispensabile fare un salto indietro nel tempo per capire meglio alcune cose. Okay, in realtà non è davvero indispensabile, anzi è oltremodo inutile, ma ho sempre desiderato usare i flashback!
I sei amici che hanno deciso di andare al Pride hanno pensato di vestirsi ognuno di un colore dell'arcobaleno. Mi fate capire il caspio di motivo per il quale mi è toccato il caspio di giallo che è un colore di cui nell'armadio non ho un caspio?! È andata più o meno così:
Ci - "Se non mi date il rosso non vengo"
U - "Io ho solo vestiti blu"
L - "Verde verde verde verde verde verde verde verde verde"
Ora, capirete che se il rosso, il blu e il verde sono presi, rimangono solo l'arancione, il viola e il giallo. Uno valeva l'altro, per me. E anche per voi, perché non vi preoccupate che avrei potuto farvi benissimo anche la Trilogia del Viola o la Trilogia dell'Arancione, anche se col Giallo viene meglio. Perché, insomma, uno dei princìpi cardine della mia filosofia è che se vuoi fare schifo, devi fare schifo nel peggiore dei modi possibile. Quindi sì, lo ammetto una volta per tutte: io ho scelto il giallo.
Adesso possiamo tornare alla nostra storia. Tredici ha i pantaloncini corti gialli. Ha bisogno di una maglietta. E qual è il posto migliore dove poter trovare una maglietta gialla monocromatica a poco prezzo, oltre al cassonetto della Caritas? La risposta è semplice: asos.com.
Pochi clic, pochi euro, ed anche la seconda reliquia è stata conquistata. Ma manca la più difficile da raggiungere: il paio di scarpe gialle...
Tre Gialli alla Regina che di canarino splende, Sette per la tizia che i Rocher ha pubblicizzato, Nove ad Angelina che con Brad non si arrende, Uno per Tredici, lo studente squattrinato Nella Terra di Bologna, perché il Pride lo attende. Un Giallo per domarli, un Giallo per trovarli, Un Giallo per ghermirli e nel buio incatenarli. Nella Terra di Bologna, perché il Pride li attende.
Succede che il 9 Giugno a Bologna c'è il Pride. Succede che ad andarci siamo in sei amici. Succede che toh! sei è il numero dei colori sulla bandiera arcobaleno. Ne consegue che mi viene la brillante (leggasi: malsana) idea (leggasi: stronzata) di andare al Pride vestiti ognuno di un colore diverso della bandiera. Senza esagerare, ché sennò poi la gente dice che è la solita carnevalata e noi non vogliamo fornire alla gente scuse per boicottare o criticare una manifestazione assolutamente pacifica.
Ora, io e i miei amici ci siamo divisi i colori. Forse un giorno vi spiegherò come mai a me è toccato il giallo - se mai lo capirò - fatto sta che a qualcuno il giallo doveva pur toccare. Apro l'armadio sfoggiando un'impassibilità che mi fa onore nel constatare che di giallo non ho niente. Neanche un braccialetto. O una maglietta verde scolorita. O un paio di mutande usate.
Dio, che schifo, meno male.
Se fossi Aragorn sarei già montato sul mio cavallo e con la spada sguainata mi sarei già diretto verso il Regno di Gondor o qualche altro Regno il cui nome sembra una medicina per il mal di pancia. Tuttavia non sono Aragorn, mio malgrado: sono Tredici. E Tredici non ha cavalli, non ha spade da sguainare e soprattutto non va a Gondor: Tredici va a Zara, che tutto sommato è un regno che apprezzo di più.
Mi accoglie una commessa che viene direttamente dal Regno di Napoli e che deve imparare la cosa più importante dell'essere commessa: dire al cliente quello che il cliente vuole sentirsi dire. Invece questa mi diceva la verità, che è la cosa più sbagliata da fare.
"Ma non è che mi stanno larghi? Di solito prendo una taglia in più..."
"Eh, forse un pochetto in vita, aah, ma con una cintura accosì già stringe, aah, e poi se ci tieni sopra 'a maglietta mica si vede, aah"
Non capisci 'na minchia, cretina. Fortuna che c'è Fede, che mi manda un sms che risolve tutto:
Ascolta Ale, ti servono comunque un paio di pantaloni corti, questi oltretutto costano pochissimo e ti stanno da Dio, non è vero che sono larghi, assolutamente. E stamani hai preso 30, te li meriti.
E così l'acquisto si conclude. Il nostro eroe Tredici ora possiede i pantaloncini corti gialli di cui ha bisogno che ha trovato superando sfide impossibili. Ma restano da trovare la maglietta e le scarpe...
Di solito sono messo molto peggio dopo la prima giornata di mare; quando torno a casa sembra che sia stato coinvolto in un'esplosione nucleare. Invece stavolta tutto sommato è andata bene: devo solo ricordarmi di non appoggiarmi sullo schienale della sedia per stirarmi, come ho appena fatto, per dire. E non mi posso nemmeno grattare l'orecchio sinistro. Fortuna che non interagisco molto col dietro del ginocchio o col dentro del gomito, così quelli non dovrebbero farmi tanto male.
Sì, sì, sono uno di quegli esseri umani che "hanno la pelle sensibile". Noi dalla pelle sensibile impariamo a dire questa cosa alle medie - per giustificare l'uso di quei due o tre litri di crema solare che usiamo in una giornata - e poi impariamo a non dirla più nel periodo delle superiori, quando la parola "sensibile" è indice di patologia sociale. Ma se la Bilboa non ha risentito della crisi è grazie a noi, ecco.
Non ci rendiamo conto abbastanza di quanto il presente sia importante. E questo è molto buffo, perché abbiamo sempre sulle labbra le citazioni Jim Morrison o di Oscar Wilde o di Baudelaire, che siamo pronti a condividere su facebook per mostrare al mondo che siamo fighi e viviamo alla giornata e cogliamo l'attimo. Ma la verità è che nessuno di noi è davvero capace di vivere alla giornata, e mi viene il dubbio che nemmeno Jim Morrison o Oscar Wilde o Baudelaire ne fossero davvero capaci. Invece di cogliere l'attimo ci infarciamo il cervello di seghe mentali e viviamo di quelle. Non di attimi, ma di seghe.
C'era una canzone, ieri, alla radio.Yellow dei Coldplay è una di quelle canzoni che mi piace ascoltare quando sono senza pensieri. Mentre guido, di notte, e fantastico cose dolci. E negli ultimi mesi ho avuto tante occasioni di ascoltarla, ma non l'ho mai fatto. Ero troppo occupato ad avere pensieri, per essere senza pensieri.
Mi sono stranamente sentito in colpa per non essermi goduto il presente. Adesso ascoltare Yellow non ha più senso. Non è la stessa cosa, perché il mio umore non è lo stesso. Poi ho realizzato che questo strano rimorso che stava nascendo in me era un'altra paranoia. Mi faccio le paranoie anche per il fatto che ho le paranoie: probabilmente dovrei essere ricoverato.
Sapete una cosa? Io Yellow me la ascolto, ORA, anche se non mi ci dice. E la dedico a me stesso, che sarà anche paranoico e nevrotico e patetico e un sacco di altre cose che finiscono in -ico, ma se la merita, questa dedica.
Look at the stars Look how they shine for you And everything you do Yeah they were all yellow
Alcune immagini o foto riportate su questo blog spesso sono tratte da Internet e/o prelevate dai siti di appartenenza di pubblico dominio. Qualora deteniate i diritti su tale materiale vi invito ad informarmi, e io provvederò a citarvi o rimuovere le foto di vostra proprietà.
2)
«Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001»
Immagino fosse proprio necessario specificarlo.
3)
Se per un qualche motivo più o meno assurdo volete utilizzare frasi/ post/ foto/ immagini/ altreindicibilicazzate che io ho fatto/scritto/detto/creato e la cui colpa appartiene a me, siete pregati di citarmi (e sarebbe anche tanto tanto carino avvertirmi preventivamente). Grazie mille!